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30-05-2013 - Arte & Cultura
Franco Battiato: connubio con il Museo Macia a Venezia in concomitanza con La Biennale

Non è oggi cosa insolita trovare, fuori dai luoghi consacrati dell’arte contemporanea, dai templi invasi dall’accademismo trionfante, una modernità schietta,  capace di sfidare la via tracciata dall’ironia facile e scontata dei critici che danno, ormai, ogni esperienza per compiuta. Non è insolito ravvisare in chi si abbandona al disinteressato ‘diletto’ dell’arte, fenomeni di estrema nitidezza espressiva, frutto di ricerche personali, che sfuggono alla presa dello schematismo imposto dalle chiuse dottrinali dominanti. È questo il caso di Franco Battiato il quale, libero da dogmi stilistici di ogni genere, può permettersi il ‘lusso’ di contrapporre all’allineamento un’indagine autonoma, critica, cosciente, che si insinua nelle maglie di un mondo dove musicalità e figurazione sembrano fondersi in una sorta di mistica unione, dando vita ad un’esperienza estetica assai particolare, essenziale e pur lirica, di inattesa potenza evocatrice.

La galleria di immagini proposta, che trova proprio nel rapporto fra musica e pittura il suo tema conduttore, ricompone la sequenza del percorso pittorico di Battiato, nel quale il dipinto diviene rappresentazione di un universo personale, dove la purezza del segno e del suono musicale vivono in tensione dialettica; un universo nel quale la figura umana respira e si muove al ritmo di un suono limpido, prolungato, evocante ricordi di trascorse fioriture.  Viene da pensare a quanto scriveva Debussy – L’arabesco musicale, o piuttosto il principio dell’ornamento, è alla base di tutte le forme d’arte – ; viene da evocare l’incantamento, o piuttosto  il passaggio ad  uno stato sognante e visionario, che dà l’incontro, talvolta dirompente, con la musica dell’anima.

Una realtà interiore che sarebbe impossibile imbrigliare completamente in una rappresentazione, ma che tuttavia può affiorare per simboli, per elementi essenziali: lo spazio del dipinto è un ulteriore campo nel quale condurre la propria ricerca esistenziale, ed è come un vagheggiare in un magma sensitivo, a tratti indistinto, di un monologo intimistico.

Così la pittura – l’Arte – svela di questo universo l’essenza più profonda, ne diviene strumento di conoscenza, si eleva ad esercizio del quale l’artista si serve per migliorare se stesso e la propria interpretazione del reale, e con il quale tenta l’intuizione del visibile avvicinando un’analisi intellettuale che denuncia l’ambizione di raggiungere una profonda intuizione dell’essere. Battiato delinea così, in maniera estremamente lucida, la propria concezione dell’arte, la scelta estetica del proprio linguaggio pittorico, la sublimazione fra questo e le altre forme dell’attività artistica.

Tutto vibra e risponde alla sua esperienza sensibile che, ça va sans dire, va ben al di là della riproposizione del dato naturalistico (pur difendendo, de facto, il valore iconico dell’immagine): forma e spazio si coagulano su un piano indefinito, nel quale vivono asimmetrie che svelano la raffigurazione di soggetti – ed oggetti – secondo una formula interiore, intima, essenziale. Forme e tinte pure, spinte al massimo valore dall’accostamento con fondi oro o profondità monocromatiche, immagini (predilette della sua contemplazione) alle quali è conferita la levità dell’apparizione, e che crediamo poi stemperarsi nell’evanescenza della trama della luce del fondo.

Si è spesso parlato, a proposito della pittura di Franco Battiato, di una reinterpretazione dell’arte bizantina, passando per i primitivi toscani del XIII e XVI secolo. Credo che Battiato senta tutto il fascino dell’armonia legata ai principi del rigore, e ciò non può che riscoprirlo nello studio dell’arte antica, nel monito di alcune icone bizantine, con il loro richiamo alla disciplina, alla meditazione, al raccoglimento solenne ed austero che ne è indispensabile premessa. In una parola, credo che Battiato ceda a quell’imperativo spirituale, facendo della tela un mezzo che restituisca la potenza del pensiero che è nell’atto di esprimersi.

Ma come legare il coinvolgimento denso di umori di malinconica inquietudine, con la ieraticità risoluta delle icone antiche? Come profondere la complessità di un temperamento impaziente, assetato di conoscenza, in una griglia di imperturbabilità? Lo scandaglio dell’anima è necessariamente anche inquietudine, e non rimane mai immune dalla denuncia dell’ombra.  Se un legame stilistico esiste, è subordinato al fatto che quel codice abbia la capacità di esprimere il modo di sentire dell’artista o, se vogliamo, di interpretare un significato, senza il quale la forma, astratta o figurativa che sia, rimane vuota.

L’opera d’arte, nella longhiana accezione, è sempre un capolavoro “squisitamente relativo”, che sta ancora in rapporto con altre opere d’arte; si può forse parlare, nel caso di Battiato pittore, di una vicinanza con una cultura nella quale è dominante lo studio di ciò che nell’uomo è sedimento antico ed universale. È, stilisticamente, l’atto sicuro di chi sa che non deve necessariamente passare per l’azione sacrilega e oltraggiosa della storia, per raggiungere un’autenticità di espressione. E sarebbe altrettanto fuorviante, per contro, voler riportare Battiato in un tempo che non gli appartiene, limitando la sua ricerca ad un decorativismo di maniera che si scontra con la volontà di voler comunque riprodurre l’eco interiore di uno stato d’animo, il mutamento incessante delle condizioni dell’essere.

Il passato avvolge insieme il presente ed il futuro, legandoli in una relazione tanto libera quanto estranea da propositi di creazione di programmi d’azione e definizione di valori estetici  universalmente condivisibili.  Segue solamente la sua storia individuale, la sua evoluzione. Questo rende l’arte di Franco Battiato un’ autentica speranza.